L’unica cosa nell’ultimo giorno del mondo

Prima di scrivere sul blog, la maggior parte dei post li annoto su un block notes. Non perché io sia irrimediabilmente grafomane, o non solo, ma perché in questo periodo Eliandro vuole vedermi accanto a sé. Così ci accoccoliamo tutti e due sul divano (o tutti e tre, con Lemuele) e nella maggior parte dei casi lui se ne sta buono. A guardarmi e “sentirmi”.

E se ci penso bene mi commuove che un essere umano, per quanto in miniatura, si appaghi semplicemente della mia presenza, del mio essergli accanto.
Ci pensiamo DAVVERO a questa cosa, noi mamme?

Perché è facile darlo per scontato, senza rifletterci a fondo. Invece è incredibile realizzare che tra le nostre braccia c’è una creaturina a cui semplicemente bastiamo. Qualcuno potrebbe obiettare che si tratta di “bisogno”, ma non importa. Ogni amore profondo si traduce in bisogno, o in qualcosa che gli somiglia.
L’idea di essere il mondo del mio bambino mi commuove, mi fa gonfiare il cuore di orgoglio, di responsabilità, di terrore e di quel senso di onnipotenza che ti viene soltanto dal dare alla luce. Essere sufficienti al benessere di qualcuno è una cosa grande, insomma, è la più grande delle storie d’amore mai scritte.

Ci penso anche quando lo allatto, quando è vicino da sentire il suo respiro, e mi rendo conto che non lo guardo mai abbastanza. Allora mi pento. Di tutte le volte in cui lui piccino attaccato al mio seno mi fissa rapito mentre io guardo distrattamente la tv, leggo un libro o penso alle bollette da pagare. Invece che dedicare la mia attenzione, tutta quanta, al mio piccolo capolavoro. Perché presto non esisteranno più questi momenti, non sarà più così perfetta la curva del suo nasino all’insù, cambieranno le sue orecchie, adesso ancora stropicciate dal passaggio nel canale del parto, e i suoi capelli di piuma. Non saranno più così le sue manine, setose e perfette con quelle fossette in cima a ogni dito, la sua pelle non avrà quest’odore di buono, di crocchetta e di pulito. Muoverà il suo corpo come deciderà di farlo, con una finalità, e non come se un burattinaio invisibile lo muovesse a una buffa danza.

Certo, ci saranno altre cose: la sua vocina che dice mamma (o qualcosa di simile, all’inizio), le smorfie, gli abbracci. Ma, mai più quell’abbandono completo assoluto. Mai più quell’annegarsi occhi negli occhi, senza difese né resistenze.

Crescerà, come è giusto che sia, diventerà un uomo alla ricerca della propria dimensione. Ma adesso è qui, è innamorato di me ed è mio. Anche se è quello che una brava mamma non dovrebbe mai dire, perché, come scrive Kahil Gibran,

I vostri figli non sono figli vostri […] e sebbene siano con voi non vi appartengono. […] Voi siete gli archi dai quali i vostri figli, viventi frecce, sono scoccati innanzi

Verissimo, ma oggi non ci voglio pensare. Voglio soltanto tenerlo qui sulle mie gambe come fosse l’unica cosa nell’ultimo giorno del mondo.

Il jolly è: abbandonare il multitasking e concentrarsi sul presente

(grazie, Nicoletta Gagliardone, per la foto)

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8 thoughts on “L’unica cosa nell’ultimo giorno del mondo

  1. Oggi parlavo con mia sorella di quanto velocemente sua figlia si sia resa indipendente, e quando ho letto il tuo post mi e’ venuto in mente proprio questo, che in qualche modo ti stai preparando al momento della separazione da questa meravigliosa simbiosi. Bellissima la tua descrizione dell’allattamento. Le tue parole sono immagini.

    • Sì, la simbiosi in qualche modo finisce. Sono fiduciosa che arriveranno altri momenti altrettanto importanti… E poi qualche cosa dell’unione profonda sono convinta debba restare

  2. ANCHE PER ME E’ COSI’ ( E IMPRESSIONANTE COME TU RIESCA A SCRIVERE COSE CHE PENSO QUOTIDIANAMENTE )… SPESSO MI RITROVO AD ABBRACCIARE IL MIO OMETTO DI ORMAI “QUASI CINQUE ANNI ” E MI ABBANDONO TOTALMENTE CERCANDO DI STRIGERLO IL PIU’ POSSIBILE A ME CON LA CONSAPEVOLEZZA CHE PRIMA O POI QUESTO FINIRA’ PERCHE’ IL MIO OMETTO PRESTO DIVENTERA’ UN UOMO (E SPERO NON UN MASCHIO COME AUSPICA IL NOSTRO PEDIATRA)…

  3. Quando avevo 16/17 anni circa (insomma…piena adolescenza), lessi per la prima volta questa poesia di Gibran, e siccome mi sentivo prigioniera di mia madre, una specie di oggetto a sua disposizione, per niente libera e compresa, la copiai e l’appesi in bagno, vicino allo specchio, dov’ero sicura che non avrebbe potuto ignorarla. Risultato: mia madre la strappò dalle piastrelle a cui l’avevo appiccicata col nastro adesivo. Lei arrabbiata, io delusa! Oggi capisco che per mia madre era difficile accettare quello che aveva letto, un po’ perchè con quel gesto io chiedevo attenzione e comunicazione, cose che lei non era capace di darmi, e un po’ perchè sapeva che io ero un’individuo a se stante e che doveva cominciare a lasciarmi camminare da sola.
    Sono contenta per i tuoi bimbi, crescono con il Jolly: una mamma che ha già letto Gibran!!
    Baci e abbracci a tutt’e 3 (4 col papà)!
    P.S. Lui l’ha letta?

    • Grazie! Magari, però, bastasse averla letta. La cosa difficile è “farla propria” e capisco le ansie di tua mamma… anche se, appunto, che lo si voglia o no è proprio come dice Gibran!
      A Fede l’ho letta! Mentre scrivevo questo post, come sempre. E come sempre con lo “sfondo” delle urla dei bimbi… qui la comunicazione sta diventando un’impresa!

  4. le tue parole, il modo con cui descrivi ogni piccolo e grande momento sono melodia, sono poesia.. tutto scorre ed è così chiaro, così armonioso ed amorevole.. è veramente un regalo leggere il tuo blog! grazie Laura

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